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Universal, la più grande etichetta discografica del mondo, è pronta per un’IPO

DiPaolo Castellani

Giu 27, 2021
Universal, la più grande etichetta discografica del mondo, è pronta per un'IPO

Universal, la più grande etichetta discografica del mondo, è pronta per un’IPO. Gli appassionati di musica, loro malincuore, si sono dovuti abituare in tempo di Covid ad assistere alle esibizioni dei loro cantanti preferiti soltanto in remoto. Per analoga causalità, anche i maggiori azionisti e i vertici della Universal Music Group si sono riuniti, ahiloro, in videoconferenza, il 22 giugno per decidere il futuro della compagnia. Gli investitori di Vivendi, la casa madre dell’etichetta discografica, hanno votato all’unanimità un piano per separare la Universal dalle altre partecipate, garantendone quindi l’indipendenza: giuridica e economica. E’ stato deciso che l’etichetta verrà lanciata, tramite un IPO, alla borsa di Amsterdam a settembre.

La guerra si fonda sull’inganno

Il voto ha segnato la fine di una sanguinosa battaglia per il controllo della società, che detiene circa il 30% delle vendite globali di musica registrata. A gennaio Tencent, un gigante cinese dei media e dell’e-commerce, aveva aumentato la sua partecipazione nell’etichetta fino al 20%. All’inizio di questo mese è invese emerso che Daniel Loeb, un miliardario di hedge fund di New York, aveva acquisito una partecipazione in Vivendi. Poi, il 20 giugno, Bill Ackman, un hedger rivale, ha annunciato che la sua società di acquisizione per “special-purpose” avrebbe acquistato il 10% di Universal per 3,5 miliardi di euro (4,2 miliardi di dollari). Ad ogni modo Vivendi stessa, alla luce di quanto discusso in quella fatidica video-conferenza, manterrà comunque il 10% dell’etichetta; il restante 60% delle azioni invece sarà distribuito tra i suoi stessi azionisti.

L’enorme entusiasmo prodotto dalla compagnia fra i più importanti investitori e hedge fund del pianeta è spiegato dallo straordinario momento di forza del settore musicale e della discografia, fortemente alimentato dall’esplosione dello streaming. Fra “l’anno nero” della musica, ovvero il 2014, e lo scorso anno, i ricavi mondiali sono aumentati del 54%, a 21,6 miliardi di dollari. Circa due terzi di questi ricavi vanno alle tre etichette discografiche “principali”: Universal, Sony e Warner. Solo la Warner è quotata in borsa; il prezzo delle sue azioni è aumentato del 16% rispetto alla sua offerta pubblica iniziale di un anno fa. Non male…

Universal è un’affare unico

Universal potrebbe sembrare ancora più appetibile e attraente per gli investitori. Il suo catalogo è composto da 3 milioni di canzoni, con i maggiori artisti della storia della musica, dai Beatles a Lady Gaga, ed è circa il doppio di quello della Warner. Faccio due calcoli a caso, giusto per dare qualche cifra. Dicevamo prima che la Warner era salita del 16%, la Universal è in una posizione migliore, di vantaggio economico e infrastrutturale, dunque non credo farà fatica a raddoppiare quel (tra virgolette esiguo) surplus percentuale. Ipotizziamo si avvicini al 30%, sfruttando l’incredibile momentum del settore discografico. 2000$ investiti al momento dell’IPO potrebbero divenire 2640$ senza alcuno sforzo. Ma sono solo ipotesi… Lascio ad Ackman le lucubrazioni matematiche.

In ogni caso il catalogo più ampio gli dà più potere contrattuale con streamer come Spotify. E inoltre il suo margine di profitto operativo, attestandosi al 17%, è di cinque punti superiore a quello di Warner. Per giunta è in aumento, secondo Bernstein, un broker che si aspetta che il valore della società scissa superi i 35 miliardi di euro (cifra, stando ad alcune indiscrezioni, già messa in conto nell’accordo Ackman).

E Vivendi?

E che ne sarà di Vivendi? “La Governance non è stata ancora definita a chiare lettere, non sempre Vivendi è riuscita a creare valore con regolarità tuttavia può contare su un’importante ed eterogeneo arsenale di risorse”, riassume Matti Littunen di Bernstein. Soprattutto ci tiene a mettere in guardia dalla volatilità del prezzo delle azioni a settembre. Alcuni azionisti temono infatti che Vincent Bolloré, che controlla il gruppo con una quota del 27%, possa provare a fare “la voce grossa” con un giro di riacquisti di azioni che aumenterebbero le dimensioni relative percentuali della sua partecipazione. Il fine? Non ci è dato saperlo. Successe con Mediaset, vittima dell’impagabile e stravagante ambizione Bollorelliana. E finì in tribunale. E di Vivendi che ne sarà?

Luci e Ombre musicali

Tornando alla Universal, la domanda è se riuscirà a mantenere costanti i suoi progressi economici. La crescita probabilmente rallenterà con la maturazione del mercato dello streaming. I paesi ricchi si stanno già avvicinando al punto di saturazione. Ad aprile Spotify ha aumentato per la prima volta i prezzi degli abbonamenti, ma non è chiaro quanto possano salire (il signor Littunen sottolinea che il prezzo dei cd non è mai aumentato dopo il loro lancio negli anni ’80). La musica affronta la concorrenza di nuovi formati audio, in particolare i podcast, la cui quota di ascolto totale è cresciuta durante la pandemia. E una quota crescente dei ricavi dello streaming va agli artisti indipendenti, che, come Universal, hanno deciso che possono farcela da soli. Luci e ombre musicali, nell’Universo discografico. Do ut des, sulle note di un valzer.

Paolo Castellani

“Universal, la più grande etichetta discografica del mondo, è pronta per un’IPO”

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