• Sab. Ott 1st, 2022

Perchè il mercato del vintage è quello di cui il mondo aveva bisogno

“Nel 2028 negli USA il mercato di capi e accessori usati supererà quello del fast fashion: 64 miliardi di dollari contro 44 miliardi” scrive Marta Casadei in un articolo su Ilsole24ore.

Questa affermazione mi ha colpito in modo particolare dato che al momento, almeno in Italia, il settore del vintage si rivolge a una relativamente ristretta nicchia di persone. Inoltre c’è da considerare che questo si pone quasi come un antagonista nei confronti delle multinazionali del fast fast fashion che di conseguenza ci si aspetta faranno tutto ciò che è in loro potere per ostacolarlo.

Riuso: l’unico modo per comprare tanto senza gravare sull’ambiente


Analizzando un attimo le cose , però, risulta facile rendersi conto di come il riutilizzo degli abiti (e non solo) sia forse l’unico compromesso che permette di conciliare il consumismo su cui è fondata la nostra società con la salvaguardia dell’ambiente.

Di fatti è tanto ovvio quanto spesso trascurato che l’unico vestito che non inquina è quello che non è stato prodotto, come appunto i capi che troviamo sulle centinaia di app per la compravendita di abbigliamento vintage come ad esempio Subito, Ebay, Vestiaire Collective e depop per citarne alcune.

Inoltre la possibilità di comprare oggetti in ottime condizioni alla metà se non meno) del prezzo in negozio dovrebbe essere un incentivo anche per i compratori poco interessati all’ambiente.

Un aspetto non secondario della questione è che la maggior parte della fascia di prezzo coperta dal vintage coincide con quella delle grandi catene di fast fashion. Questo vuol dire che comprando ad esempio una maglietta usata, non solo contribuiremo allo sviluppo di un business favorevole per noi e per l’ambiente ma probabilmente compreremo una maglietta in meno da aziende che notoriamente inquinano e sfruttano il lavoro; così aiuteremo il mondo sia direttamente che indirettamente.


Problemi e possibili soluzioni

Due dei problemi emersi in maniera più rilevante trattando questo tema sono quello dell’igiene e quello degli stereotipi spesso associati a chi acquista usato.

A mio parere, questi sarebbero facilmente ovviabili aumentando gli investimenti nel settore così che, di conseguenza, ne possa beneficiare anche la reputazione e l’immaginario a cui esso rimanda nella mentalità comune, permettendo di usufruirne senza essere etichettati come “alternativi” o “squattrinati”, ma semplicemente come dotati di buonsenso.
La distribuzione di tali prodotti in piattaforme e negozi dall’aspetto curato e meno “artigianale” permetterebbe anche agli acquirenti scettici sulle condizioni igieniche di spogliarsi di questa loro idea che li trattiene dall’acquisto.

Ovviamente contestualizzando questo discorso nel 2020 bisogna fare i conti con il fattore COVID che rallenta un po’ le cose, ma che a mio parere non le ostacola in alcun modo dato che basterà lavare i capi con un igienizzante o lasciarli un paio di giorni sul balcone per ovviare al problema.

La strada per l’affermazione completa di questo mercato è ancora lunga, ma sono convinto che saremo ricompensati per i nostri sforzi e che, come sempre, si potrà migliorare solo se ognuno farà la sua parte.

B.

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