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La CoP26 delle polemiche e delle manifestazioni cambierà davvero le cose?

DiPaolo Castellani

Nov 7, 2021

La CoP26 delle polemiche e delle manifestazioni cambierà davvero le cose? 2 anni dopo la CoP25 di Madrid, nella città scozzese di Glasgow, si è aperta l’annuale conferenza dell’Onu sul clima, la Cop26. Alok Sharma, Segretario di Stato per gli affari economici, l’energia e la strategia industriale del Regno Unito è stato incaricato di presiedere quella che ha definito «la nostra ultima, miglior speranza di mantenere raggiungibili gli 1,5°», la soglia entro cui contenere l’aumento delle temperature.

Che cosa significa CoP?

La sigla «Cop» sta per «Conferenza delle parti», in riferimento alle «parti» contraenti che hanno siglato gli accordi sul clima stipulati a Rio nel 1992 (la Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici). Gli Stati che di volta in volta hanno aderito agli accordi si sono riuniti in vertici annuali a partire dal 1995, a Berlino. Quello di Glasgow è il 26eismo vertice annuale, che dunque prende il nome di Cop26. L’evento avrebbe dovuto svolgersi nel 2020 ma è stato rimandato di un anno a causa della pandemia di Covid-19.

Di che cosa si sta discutendo?

Glasgow è diventata da una settimana a questa parte scenario di intensi negoziati tra gli Stati sui tagli alle emissioni di gas serra. «Dobbiamo passare dalle parole all’azione reale su carbone, automobili, denaro da investire nella transizione e alberi», ha dichiarato Boris Johnson . L’obiettivo principale è quello di limitare l’aumento delle temperature a 1,5 °C, intervenendo su taglio delle emissioni, decarbonizzazione e deforestazione. Ma, a corollario, gli Stati discuteranno anche di tre decisioni prese a Parigi e mai attuate: il fondo da 100 miliardi di dollari all’anno per finanziare gli interventi di decarbonizzazione nelle economie in via di sviluppo, la costituzione di un mercato internazionale delle emissioni di carbonio, il completamento del “Paris Rulebook”, ovvero l’insieme delle regole per attuare l’Accordo e valutare quanto viene fatto da ciascun Paese.

Questioni spinose

I Paesi più ricchi — come gli Stati Uniti, il Canada, la Gran Bretagna — hanno già annunciato che aumenteranno gli sforzi per ridurre le emissioni. Resta da vedere se terranno davvero fede agli impegni e quanto velocemente riusciranno a implementare le misure annunciate. Cina, India e altre grandi economie emergenti, invece, sono restie all’idea di decarbonizzare, per timore di frenare il loro sviluppo. Anzi, la Cina, principale inquinatore al mondo, ha addirittura aumentato nei giorni scorsi la propria produzione di carbone. E continua (non è la sola) a non prendere provvedimenti. Non intende nemmeno remotamente firmare l’accordo per lo stop alla produzione di energia dal carbone e non presenta neppure nuovi impegni, come hanno fatto altri 23 Stati. Non vuole, alla resa dei contri, fissare una data per l’uscita dal carbone del Paese, annunciando solo lo stop alla costruzione di centrali all’estero. Pesa anche il caso della Polonia, fortemente dipendente economicamente da quest’ultima materia prima, che ha fissato come data di decarbonizzazione il lontan(issimo) 2050. Nonostante benefici di tutte le sovvenzione ad hoc dell’Unione Europea.

Manifestazioni e proteste

E’ una CoP26 di polemiche e manifestazioni, quella scozzese di Glasgow, perchè mentre i grandi del mondo discutono chiusi in grattacieli di cristallo dei cambiamenti climatici, fuori, laddove questi ultimi si possono toccare con mano si infuocano folle di manifestanti al grido di “basta bla bla bla”, esigendo riforme. E’ scontro generazionale, poichè nelle strade scendono per la gran parte ragazzi. Gli unici, forse, consapevoli della gravità della situazione. Gli altri tacciono, consci (a mio parere) di aver provocato la situazione di cui ci si duole, negli anni del boom economico e dell’industrializzazione selvaggia. Negli anni del consumismo sfrenato, dei discount grandi quanto quartieri di intere città e dei sogni di crescita infinita.

Poi le crisi finanziarie e ancora quelle economiche, la presa di coscienza di aver costruito un sistema non sostenibile nel tempo, di dover ripensare il proprio stile di vita. Fino ad oggi, l’oggi dei “meeting” sul clima, in videoconferenza da ogni parte del mondo, con ogni grado di diplomatico, per tentare di sovvertire una dinamica d’irrefrenabile tendenza. Per convincere il mondo che la crescita economica che ha fatto la fortuna dell’Occidente oggi non è più tollerabile.

Parole al vento

Appaiono tuttavia come parole al vento, quelle pronunciate nella conferenza di Glasgow, perchè non si riesce a spiegare e a far capire la portata della situazione. Fintanto che a prevalere saranno gli interessi economici non ci sarà margine d’azione. La sostenibilità tanto agognata rimarrà utopica e saremo costretti a fare i conti, forse non domani, e nemmeno dopodomani, ma fra qualche anno, con la “bestia” dell’inquinamento. Non c’è spazio per le polemiche. Per i cortei. Per gli striscioni. E’ inutile ed invano convincere una classe dirigente che antepone l’interesse economico al clima. Occorre, allora, invece, presentare soluzioni concrete, economicamente sostenibili, che guidino l’utopia “green” verso una ben più conveniente concretezza sostanziale.

Mi stupisco della Thumberg che ancora guida le proteste, come paladina del clima, ma mai, nemmeno una volta, ha proposto piuttosto che criticare. Perchè a dire “così non va, bisogna cambiare” siamo capaci tutti, ma a dire “cambiamo così, perchè è meglio” arrivano in pochi. E’ questione di razionalità, più che di immagine. Nessun titolone, sui giornali, per le piccole startup che propongono idee e proposte industriali sostenibili. Che concretizzano, più che cinguettare su Twitter. Purtroppo siamo in pochi a parlare di idee, molti parlano per sentito dire, di ideologia. Zero copertura mediatica, ad esempio, per la Biofase che produce plastica biodegradabile e riciclabile dagli scarti dei noccioli degli avocado, o la Acciona che ha trasformato cenere di carta in cemento. E’ questione di prospettiva.

Cara Glasgow, domani sui cartelloni dei manifestanti, al posto che parole d’odio e di condanna, porta idee, fatti, proposte. O saremo spacciati. Tutti. Noi.

Paolo Castellani

“La CoP26 delle polemiche e delle manifestazioni cambierà davvero le cose?”

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