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Gli allevamenti intensivi inquinano più delle industrie: cosa possiamo fare?

DiCepabismoney

Dic 5, 2020

Gli allevamenti intensivi inquinano più delle industrie: cosa possiamo fare?. Potrebbe sembrare assurdo, ma dovrete crederci perchè ormai ne possediamo l’evidenza scientifica. Gli allevamenti sono la seconda causa di inquinamento da “polveri fini” in Italia, secondi solo agli impianti di riscaldamento. Dovrebbe spaventarci? Si dovrebbe, perchè per anni la lotta alle industrie inquinanti e al cambiamento climatico non ha nemmeno preso in considerazione gli allevamenti intensivi. Eppure i dati evidenziano piuttosto palesemente come il 15,1% di tutto l’inquinamento da PM 2,5 in Italia sia dovuto proprio a quest’ultima pratica. Inquina di più solo il riscaldamento con il 28%, mentre appare distaccata l’industria “ferma” all’11%. In coda l’agricoltura con un non-irrilevante 6,7%.

Perchè gli animali producono così tanto inquinamento dell’aria?

La quantità di polveri totali sospese nell’aria è misurata utilizzando il rapporto fra peso e volume delle particelle. Per indicare la dimensione si utilizza il temine Particulate Matter (PM), seguito dal diametro massimo  (10μm o 2,5 μm). Da qui il termine Pm 2.5, dove 2,5 sta proprio per la dimensione delle particelle.

E’ fondamentale considerare nel computo totale delle emissioni inquinanti sia il PM primario (quello direttamente emesso dalle sorgenti inquinanti, ad esempio il fumo prodotto da una caldaia a regime) che quello secondario (ovvero quello liberato in atmosfera come prodotto di particolari reazioni chimiche). Ora, se si considera esclusivamente quello primario, l’allevamento ne produce una quantità piuttosto irrisoria, prodotta esclusivamente dalle “flatulenze” a base di metano dei vari bovini, ovini o suini.

Se invece si considera anche il PM secondario si delinea un quadro completamente differente e per certi versi preoccupante: uno dei maggiori agenti inquinanti deriva dalla produzione di ammoniaca (NH3) che, liberata in atmosfera, si combina con altre componenti per generare proprio le “polveri sottili”. E allora urina e feci, da spiacevoli e maleodoranti prodotti di rifiuto organici, diventano veri e propri “killer” silenziosi agendo dal punto di vista molecolare peggiorando la qualità dell’aria che respiriamo.

Gli allevamenti intensivi inquinano più delle industrie: cosa possiamo fare?
Il grafico in milioni di tonnellate la CO2 prodotta dagli allevamenti nei vari continenti.

Il consumo e l’inquinamento idrico: due fattori da non sottovalutare

Un autorevole studio del 2015 sull’inquinamento ha stimato che mentre le verdure avevano un fabbisogno di circa 322 litri per kg e la frutta 962, la carne ne aveva in proporzione più del 1200%: il pollo 4.325 L / kg; il maiale 5.988 L / kg; carne di pecora / capra a 8.763 L / kg per finire in bellezza con il manzo 15.415 L / kg.

Per contestualizzare queste cifre: sappiamo tutti che le riserve idriche sul nostro pianeta non sono illimitate e soprattutto più le si utilizza più si vengono a creare squilibri geografici che penalizzano in molti casi gli Stati più poveri. Secondo alcune stime, il consumo idrico agricolo rappresenta circa il 70% dell’acqua utilizzata nel mondo ad oggi. Inoltre uno studio del 2013 ha rilevato che essa utilizza fino al 92% della nostra acqua dolce e un terzo di questa è riferibile al consumo dell’allevamento animale.

Per quanto riguarda invece l’inquinamento idrico, le fattorie contribuiscono in vari modi: sia tramite l’agricoltura che tramite il bestiame, ma vale la pena ricordare che un terzo del grano mondiale viene ora utilizzato come mangime per gli animali. La FAO ritiene che il settore dell’allevamento, che cresce e si intensifica più rapidamente della produzione agricola, abbia “gravi implicazioni” per la qualità dell’acqua.

Che cosa possiamo fare per ovviare al problema degli allevamenti troppo inquinanti?

Gli allevamenti intensivi inquinano più delle industrie: cosa possiamo fare?
Allevamento di pecore e agnelli

Una delle soluzioni più promettenti per riconvertire i “rifiuti” degli animali, che fornirebbe un’importante contributo alla riduzione delle emissioni globali, potrebbe essere pronta per la vendita in Europa entro due anni.

La società olandese Royal DSM NV ha sviluppato un additivo per mangimi che limita il metano prodotto dai bovini e prevede di ottenere l’approvazione dalle autorità dell’Unione europea entro la fine del prossimo anno, aprendo la strada alle vendite che inizieranno nel 2022. L’additivo, noto come Bovaer e parte del “Project Clean Cow” dell’azienda, ha dimostrato di ridurre le emissioni di metano di circa il 30%.

Qualcosa sta cambiando…

I produttori di carne e latticini sono ormai sotto una forte pressione per iniziare la tanto agognata transizione in chiave ecologica e “green” poiché, come detto all’inizio dell’articolo, l’allevamento animale rappresenta circa il 15% delle emissioni globali, con il metano circa 30 volte più potente dell’anidride carbonica.

I ricercatori e le aziende stanno perciò sperimentando una vasta gamma di soluzioni, tra cui anche contenitori all’interno dei quali costringere il metano prodotto con le “flatulenze” dalle mucche. Tuttavia, c’è una lunga attesa a causa di rigidi e scrupolosi test volti all’ottenimento dell’approvazione normativa.

“Anche se il processo di regolamentazione è un po ‘lungo, quello che abbiamo visto è che il background sta diventando sempre più favorevole a qualcosa come Bovaer”, ha detto in un’intervista Geraldine Matchett, co-chief executive officer di DSM. “L’Europa sta iniziando a pensare davvero a come rinnovare e trasformare il suo settore primario” .

Nel rispetto dell’ambiente e degli stessi animali

L’additivo Bovaer del DSM non influisce sulla dieta di una mucca e ha superato 42 prove su oltre 10.000 animali, ha detto Matchett. Il World Resources Institute, un “think tank” ambientale con sede a Washington, l’anno scorso ha selezionato Bovaer come una delle 10 tecnologie più rivoluzionarie del decennio.

La DSM di Heerlen, con sede in Olanda, ha richiesto il nulla-osta normativo all’ente europeo di controllo sul bestiame. Nel frattempo sta anche cercando di ottenere l’approvazione in Nuova Zelanda e negli Stati Uniti, anche se ciò richiederà più tempo. Il prodotto ha suscitato “molto interesse” da parte delle aziende lattiero-casearie, ha detto Matchett.

“C’è ancora una crescente domanda di proteine ​​di origine animale”, ha detto. “Quello che stiamo cercando di capire è come rendere queste proteine ​​meno dannose per l’ambiente mantenendo però invariati i benefici nutrizionali”.

Insomma una sfida da mille e una notte, che stupisce, assolutamente da non banalizzare; perchè la situazione è ormai troppo grave per abbandonarci a futili ilarità. C’è la necessità di rivoluzionare il nostro modo di pensare, di vivere e di convivere, ed urge farlo nel più breve tempo possibile. Siamo al punto di non ritorno.

Paolo Castellani

“Gli allevamenti intensivi inquinano più delle industrie: cosa possiamo fare?”

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